West side viticola — la vite, il mare e il carattere eroico del Ponente ligure
Sono nato e cresciuto nel Ponente ligure — quella “west side”, come mi piace chiamarla, della viticoltura ligure dove il mare è ogni giorno protagonista e la vigna spesso è una sfida continua. Quando parlo di vigna qui non intendo solo filari: intendo muri a secco che reggono la terra, sentieri ripidi, carruggi che scendono verso la scogliera e mani che lavorano dove la macchina non può arrivare. Questo è il mio mondo, e se c’è una cosa che amo più di tutte è raccontarlo attraverso i suoi vini.
Il vino del Ponente nasce in un paesaggio dove la costa detta ritmo e carattere. Il mare mitiga gli estremi di temperatura, porta brezze salmastre che modellano la vegetazione e — non meno importante — regala riflessi di luce che aiutano la maturazione delle uve. Le vigne sono spesso appoggiate su terrazzamenti o su colline molto scoscese: la pendenza impedisce la meccanizzazione, e così è tutto lavoro manuale. I muri a secco non sono solo belle geometrie nel paesaggio: trattengono il suolo, favoriscono il microclima e sono determinanti contro l’erosione.
Questa convivenza con il mare lascia tracce nel vino: tensione acida, una nota salina o iodata in alcuni bianchi, e nei rossi una vena mediterranea fatta di frutto maturo ma con freschezza che sorprende. Il vino racconta il vento, la roccia e la fatica.
Parliamo schietto: la viticoltura qui è eroica. Non perché suoni romantico, ma perché è vera fatica. Poche parcelle, filari stretti, vendemmia a mano su pendenze che richiedono equilibrio e cura. Organizzazioni come il CERVIM hanno ormai riconosciuto e documentato questa realtà: vigne terrazzate, alta manualità, paesaggio culturale da preservare. Chi coltiva qui non fa solo vino: mantiene un territorio.


I vitigni e i vini che amo (e che provo a promuovere) Nel Ponente convivono bianchi e rossi che raccontano storie diverse. Tra i bianchi il Pigato e il Vermentino sono i grandi protagonisti; tra i rossi spiccano Rossese e Granaccia. Personalmente ho una predilezione per il Pigato e la Granaccia: due anime diverse della nostra terra, entrambe autentiche e intense.
- Pigato Per me il Pigato è il bianco dell’anima ligure: profumi di fiori bianchi, agrumi, erbe mediterranee e quella nota sapida che lo rende perfetto con il pescato della costa. È spesso raccolto da vigne a poca distanza dal mare e mantiene un bel nervo acido che lo rende fresco e adatto al cibo. È un vino da antipasti di mare, trofie al pesto, pesce alla ligure o semplicemente da bere al tramonto, con il suono delle onde in sottofondo.
- Granaccia La Granaccia (la nostra Grenache, con radici mediterranee profonde) è il rosso che porta il sole in bottiglia: frutti rossi maturi, note speziate, erbe di macchia e una certa morbidezza che non rinuncia però a freschezza. In Ponente la trovi in vini di taglio tradizionale ma anche in versioni più moderne, dove il frutto è protagonista. La piazzo volentieri accanto a piatti di carne alla griglia, ragù poco carichi di pomodoro, o formaggi stagionati.
- Rossese e gli altri Non posso non citare il Rossese di Dolceacqua — un rosso più leggero, floreale e schietto, con tannini gentili. E poi Vermentino, che in alcune zone convive con il Pigato e dà bianchi sapidi e immediati. Ogni vignetta qui racconta una storia diversa: esposizione, vento, vicinanza al mare e tipo di suolo incidono profondamente.
Se vuoi capire il territorio, cerca il Pigato: ti dirà molto della vicinanza al mare e dell’aria che tira.

Se cerchi calore mediterraneo, prova una Granaccia della costa: è il sole messo in vino.La presenza della vite in Liguria ha radici antiche. Già i Romani parlavano di colture vinicole lungo le coste italiane (vedi opere come De Agricultura di Columella e la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio), e nel Medioevo il paesaggio terrazzato si consolidò per sostenere agricoltura e prevenire erosione. Più di recente, la tutela del paesaggio delle Cinque Terre ha attirato l’attenzione internazionale (UNESCO) su quanto il lavoro umano abbia modellato la costa ligure. Per la viticoltura eroica specifica alle nostre coste, ricerche e progetti del CERVIM restano riferimenti fondamentali.
Ogni bottiglia qui è un atto di cura: preservare il vigneto significa preservare il paesaggio, il suolo e una tradizione che ci lega al mare. È un patrimonio che vale non solo per il gusto, ma per la memoria e il futuro del territorio. Quando bevo un Pigato o una Granaccia del Ponente, non bevo solo vino — bevo l’aria, il sale, il sudore e la storia della mia terra.
