Vigneti che sfidano la natura — la viticoltura eroica e il lavoro del CERVIM
Anche quest’anno sarò presente come giudice al Concours Mondial des Vins Extrêmes — il concorso internazionale che premia i vini prodotti in condizioni “estreme” o eroiche. È un appuntamento speciale: mette a confronto etichette da tutto il mondo nate su vigneti che sfidano la natura — terrazzamenti a picco sul mare, filari in alta montagna, vigne su isole battute dal vento o su terreni vulcanici. L’obiettivo è riconoscere la qualità e valorizzare chi coltiva la vigna con grandi difficoltà ma anche con enorme competenza e rispetto del territorio. Il concorso è promosso e coordinato dal CERVIM, che lavora da anni per studiare e tutelare queste pratiche.
Quando parlo di viticoltura eroica intendo quei vigneti che si coltivano dove è quasi impossibile usare macchine: pendii ripidi, terrazzamenti massacranti da mantenere, altitudini elevate, isole ventose o suoli difficili come quelli vulcanici o salini. È lavoro fatto quasi tutto a mano: impianti, potatura, trasporto dell’uva. Le rese sono basse, il lavoro costoso, ma il risultato spesso sono vini con grande personalità che raccontano il luogo in cui nascono.
Il CERVIM (Centro di studi e ricerche sulla viticoltura eroica e di montagna) è l’ente che documenta, studia e promuove queste forme di viticoltura. Fa ricerca, mappa i vigneti eroici, organizza eventi come il Concours, fornisce supporto tecnico per mantenere i muri a secco e i terrazzamenti, e dialoga con le istituzioni perché questi paesaggi non vengano abbandonati.
L’Italia è ricca di esempi: ogni regione ha angoli dove la vigna sfida la pendenza, il mare o il freddo. Tra i territori che meglio incarnano la viticoltura eroica c’è senz’altro la Liguria. Qui i vigneti delle Cinque Terre sono forse l’esempio più famoso: terrazze scavate nella roccia che guardano il mare, muretti a secco che tengono insieme il paesaggio e danno vita a bianchi e al celebre Sciacchetrà. Anche la Riviera di Ponente e Levante custodisce piccoli vigneti eroici, come quelli che producono il Rossese di Dolceacqua.
Altri esempi significativi in Italia:
- Valtellina (Lombardia): ripidi terrazzamenti con Nebbiolo (Chiavennasca) che danno vini eleganti e longevi.
- Valle d’Aosta: vigneti d’alta quota con varietà autoctone e cura artigianale.
- Pantelleria e Etna (Sicilia): l’alberello pantesco e i vigneti vulcanici dell’Etna sono due casi emblematici di viticoltura difficile ma ricca di identità.
- Costiera Amalfitana e Penisola Sorrentina (Campania): vigneti a strapiombo sul mare, coltivati a mano.

Fuori dall’Italia troviamo il Douro in Portogallo, Madeira, le isole Canarie, le valli alpine in Svizzera e Francia, e persino vigneti ad alta quota di Asia e Sud America.
Perché è importante difenderla Salvare la viticoltura eroica non è solo proteggere il vino: significa preservare paesaggi, biodiversità e competenze tradizionali. I terrazzamenti e i muri a secco sono patrimonio culturale e svolgono un ruolo fondamentale contro il dissesto idrogeologico. Inoltre, i vini eroici spesso raccontano storie che difficilmente trovi in bottiglie prodotte in pianura: sono espressioni forti del territorio.
I problemi sono chiari: abbandono dei terreni, costi di manutenzione molto alti, mancanza di manodopera, cambiamenti climatici. Le risposte possibili esistono: finanziamenti pubblici e privati per la manutenzione dei terrazzamenti, incentivi agricoli mirati, formazione per trasmettere le tecniche tradizionali e una promozione turistica sostenibile che dia valore economico al lavoro dei viticoltori.
In conclusione La viticoltura eroica è fatica, tecnica, memoria e bellezza. È il tipo di agricoltura che costruisce paesaggi indimenticabili e produce vini che parlano del luogo e di chi lo cura. Il lavoro del CERVIM e iniziative come il Concours Mondial des Vins Extrêmes aiutano a far conoscere e proteggere tutto questo. Per me, partecipare come giudice a questi concorsi è l’occasione per ascoltare tante storie di resistenza, passione e artigianato che si trasformano in bottiglie uniche.
